Verso le alte vette dell'essere umano

Eccomi

Blogger: Kappadue72
Nome: kappadue
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Si tratta di un diario personale,pertanto i riferimenti ad esperienze, fatti e personaggi non hanno alcunché di documentaristico.

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venerdì, 30 maggio 2008
Ma se avessi previsto tutto questo....

Considerata la situazione politica ed economica dell'Italia di oggi mi è venuto in mente questo brano che ho scritto qualche anno fa riferito ad un viaggio in Venezuela, dove sarei potuto rimanere a farmi le "seghe"!
 
A Caracas
Potevo restarmene a Caracas a farmi le seghe! No no, ma che avete capito, sto parlando di seghe per segare non di quelle altre per…, ma è una lunga storia, forse è meglio cominciare dall’inizio.
            Nel millenovecentonovantacinque sono stato insieme ha Josè e Totò in Venezuela. Partimmo con la scusa di andare a trovare il nostro amico Diego, ma in realtà avevamo anche tanta voglia di avventura, Josè poi avrebbe rivisto i luoghi dove era nato e vissuto per i suoi primi dodici anni di vita. Diego, figlio di un italiano e di una basca, era venuto in Italia dal Venezuela all’inizio degli anni novanta in cerca di fortuna ed era entrato a far parte integrante della nostra tribù, poi, per una serie di vicissitudini, fu costretto a tornarsene in patria. Magari qualche volta racconterò anche questa storia.
            Per me e per Totò era il primo vero viaggio insieme, e purtroppo fino ad oggi è stato anche il nostro ultimo. Comunque sia avevamo scelto una meta di tutta “tranquillità”, uno dei posti più belli e vari del mondo ma anche uno dei posti più pericolosi, dove la tua vita può valere a volte meno di zero. Il Venezuela venne chiamato così dai primi esploratori che giunsero sulle sponde del lago di Maracaibo, i quali, vedendo le abitazioni su palafitta, tipiche delle popolazioni indigene, pensarono di chiamarla piccola Venezia, Venezuela appunto.
            Il Venezuela si estende per un territorio grande circa tre volte l’Italia, ha il mare, la foresta, il deserto, le isole tropicali, l’alta montagna, laghi, fiumi e non per ultime anche diverse grandi città. Il Venezuela possiede enormi giacimenti di petrolio, gas e altre materie prime, ha enormi potenzialità agricole e non mancano né l’allevamento, né la produzione di legname; il turismo poi, grazie alla vastità e alla varietà del territorio, è anch’esso una risorsa dalle grandi potenzialità. Il Venezuela è tuttavia un paradosso, è un paese ricchissimo ma la maggior parte della sua popolazione vive sotto la soglia di povertà. Le ragioni sono molteplici, sia i soliti abusi da parte dei pochi ricchi appoggiati dalla politica neocolonialista delle multinazionali statunitensi, sia lo stile di vita indolente tipico di certe popolazioni subtropicali. Pensate che la causa prima di decesso in Venezuela è da attribuire alla cirrosi epatica da alcolismo, ogni buon Venezuelano si impegna a spendere nel bere più di quanto si sforza di guadagnare; badate bene, queste non sono idee mie ma commenti che ho raccolto sul posto durante il viaggio! Da quelle parti circola una storiella che recita all’incirca così: San Pietro chiede al Signore: - Signore, come mai hai dato al Venezuela così tante ricchezze rispetto ad altri luoghi sulla terra? – Il Signore ci riflette un po’ su e poi gli dice: - Hai ragione Pietro, ma non preoccuparti, ora compensiamo subito mettendoci i venezuelani! - 
            Al di là di queste considerazioni c’è da dire che i venezuelani sono persone molto socievoli e piene di allegria, capaci di affrontare la vita con la giusta dose di spensieratezza e leggerezza, è gente abituata ai ritmi lenti, in pieno stile LatinoAmerica, nonostante per molti versi subiscano una diretta influenza dell’American style of life, quello stile di vita statunitense fatto di grosse auto, grattacieli e carrettini di Perro Caliente, la versione venezuelana dell’hotdog.
Come tutti i sudamericani hanno il ritmo nel sangue, ballano e si muovono con molta sensualità, con quella naturalezza di chi conserva un buon rapporto con la propria fisicità, cosa che noi europei abbiamo da tempo smarrito. Tuttavia le contraddizioni sono evidenti, il tasso di criminalità e corruzione è elevatissimo, mentre in certi quartieri puoi rischiare la pelle per un paio di scarpe. Quando a ciò si aggiungono i metodi poco ortodossi della polizia, che prima ti spara e poi ti chiede i documenti, c’è poco da stare tranquilli.
            Quando si affronta un viaggio in certi posti, bisogna essere in grado di comprendere e rispettare tutte le sfaccettature possibili di quelle culture che sono tanto diverse dalla nostra, senza cedere alla tentazione di voler imporre il proprio punto di vista. Capitò una sera che, mentre passeggiavamo per il quartiere della Candelaria, alcuni poliziotti stavano picchiando un asiatico solo perché era ubriaco. Totò, di fronte all’evidente ingiustizia, stava per fiondarsi in soccorso del malcapitato cinese, ma Diego lo trattenne a forza, spiegandogli che se l’avesse fatto ci saremmo ficcati in un mare di guai. Di fronte alla prospettiva di passare il resto del viaggio in gattabuia, Totò desistette dal suo intento, ma rimase incazzato per il resto della serata.
            Ma facciamo un po’ di ordine, partimmo dall’Italia che era pieno inverno, più precisamente il mese di Febbraio, ed arrivammo in Venezuela in piena stagione secca. Ricordo che affrontai le nove ore di volo intercontinentale non senza qualche momento di paura, infatti all’altezza delle Azzorre incontrammo parecchie turbolenze, ma sarebbero state ben poca cosa in confronto a quelle che avremmo incontrato in seguito durante il viaggio di ritorno. Appena sbarcati all’aeroporto de La Guaira, la prima cosa che notai, oltre allo sbalzo termico, furono alcuni grossi uccelli che volavano alti sopra la pista, chiesi a Josè cosa fossero, lui mi rispose che erano Tzamuros, avvoltoi. Cominciamo bene pensai. Ah dimenticavo, eravamo partiti dall’Italia senza essere riusciti a metterci in contatto con Diego, per cui passammo i primi giorni ospiti di alcuni parenti di Josè, che possedevano una splendida casa nei quartieri alti di Caracas.
            Piccola parentesi. Negli anni cinquanta, nell’ondata di emigrazione post bellica, molti Italiani andarono in cerca di lavoro in Venezuela, e grazie alla loro buona volontà e al loro ingegno parecchi di questi fecero fortuna. L’economia del paese era allora in pieno sviluppo, grazie alle leggi favorevoli e alla scarsa incidenza delle imposte, c’erano possibilità enormi in ogni settore. L’andamento positivo duro circa trent’anni, poi a metà degli anni ottanta le cose peggiorarono, l’inflazione prese a galoppare e lo sviluppo industriale ebbe un forte rallentamento, fino ad arrivare ai giorni nostri dove l’incertezza regna sovrana in tutto il paese. Parecchi italiani tornarono in patria, molti altri restarono lì, fra questi lo zio Pipo, che all’epoca in cui ci ospitò godeva ancora di un ottima posizione economica, ora purtroppo è quasi in bancarotta.
 Passammo con lo zio Pipo e famiglia circa una settimana, girando in lungo e largo per la capitale, e grazie a lui avemmo accesso a tutti i luoghi “in” di Caracas, compreso il club Italo, dove il più scarso girava in Ferrari. Poi ci mettemmo in cerca di Diego, e scoprimmo che viveva a Charallave, paesino dell’entroterra al limite con la foresta tropicale. Quando seppe che lo stavamo cercando, si precipitò a Caracas per raggiungerci, e quasi non ci credeva che avessimo affrontato un viaggio di novemila chilometri per venirlo a trovare. Passammo alcuni giorni a Caracas in un appartamento che apparteneva alla nonna di Diego, la quale in quei giorni si trovava fuori città, e, dopo aver scoperto con lo zio Pipo la parte ricca di Caracas, ci apprestavamo ora con Diego ad esplorare le zone suburbane.
La città è una vera e propria metropoli, con diversi milioni di abitanti. E’ situata in una conca a qualche centinaio di metri sul livello del mare, chiusa da un lato dal massiccio dell’Avila e dall’altro dai monti della Mariposa. Il centro è dominato dai grattacieli, dagli alberghi di lusso e dall’imponente rete viaria, mentre la periferia è un continuo alternarsi di ricchi quartieri residenziali e classiche favelas sudamericane. Sempre nell’ambito dei paradossi e delle contraddizioni, il ricchissimo club Italo, di cui raccontavo prima, si erge su di una splendida altura, ma basta attraversare la vallata ed ecco, proprio sulla collina di fronte, uno dei barrios (quartieri) più poveri della città. Ci vorrebbero intere giornate per descrivere tutto quello che ho visto nei venti giorni trascorsi in Venezuela, ma, come per il viaggio in Terrasanta, non voglio rischiare di trasformare questo diario in una guida turistica, così mi limiterò a raccontare solo qualche aspetto che più mi ha colpito.
Una delle cose che saltavano agli occhi maggiormente, osservando le numerose favelas, erano le enormi antenne paraboliche satellitari che spesso occupavano per intero le coperture delle baracche, ed è strano vedere tanta tecnologia sui tetti quando invece per terra si fanno strada i rigagnoli delle fogne a cielo aperto. Allo stesso modo si avverte stridente il contrasto fra i numerosi jet privati che di continuo atterrano e decollano dall’aeroporto cittadino e i tanti rottami di automobili che circolano per le strade. E’ vero che si vedono anche moltissime auto di lusso, ma il fatto che manca l’istituto della revisione degli autoveicoli, come c’è in Italia, fa si che per le strade circoli davvero di tutto.
A parte le favelas e i grattacieli, Caracas presenta anche aspetti davvero piacevoli, le strade sono ampie e i collegamenti agevoli, ci sono due linee della metropolitana e non mancano mai i parcheggi sotterranei, poi ci si può spostare tranquillamente col taxi, tanto non esistono i tassametri ed il prezzo si contratta prima, se poi consideriamo la concorrenza e l’irrisorio prezzo della benzina, si riesce sempre ad ottenere una tariffa favorevole. Il verde pubblico non manca, così come i parchi, a tal proposito mi viene in mente un episodio divertente: stavamo visitando lo zoo del giardino pubblico chiamato “Parque dell’est”, in una delle gabbie c’era una civetta, io ero poco distante da lì e ad un tratto sento Totò chiamarmi a gran voce – Piero guarda c’è una “cucca” – mi giro, è vedo un gruppetto di genitori con i bambini guardare con disgusto ed inveire contro il povero Totò. Noi non riuscivamo a capirne la ragione, poi sopraggiunse Josè il quale ci spiegò che la cucca, termine che in siciliano indica la civetta, nel gergo locale è un modo popolare per indicare i genitali femminili. Svelato l’equivoco ci facemmo una grande risata e seguitammo a visitare il parco. Devo dire che fa una certa impressione per noi che siamo abituati alla scarsa varietà di fauna delle nostre città, vedere svolazzare per tutta Caracas enormi pappagalli colorati come se fossero passerotti.
A chi piacesse il genere, la città offre una gran quantità di moderni centri commerciali , pieni di colori e di mercanzie di ogni tipo, io in tutta franchezza preferisco respirare l’aria dei mercati, ma i miei compagni di viaggio erano di tutt’altro parere, così ho passato mio malgrado parecchie ore dentro queste gabbie di vetro e acciaio. Una delle cose che più mi colpì dei centri commerciali fu l’equipaggiamento delle guardie giurate, ognuna di esse era fornita nell’ordine di: due revolver di grosso calibro, bombe a mano,manganello, machete e fucile a pompa! Roba che neanche Rambo! Un altro episodio divertente accadde all’interno di uno dei centri commerciali più chic di tutta la città. Erano gli ultimi giorni prima della partenza, e ci stavamo dedicando agli acquisti. Conclusi gli “affari” ci eravamo seduti nel bar al centro della hall per riposarci un poco, ad un tratto cominciammo a prendere in giro il povero Totò, perché a nostro avviso aveva comprato una cravatta davvero orrenda per una cifra spropositata. Probabilmente eravamo ancora in preda ai fumi dell’alcool per l’enorme quantità di birra che avevamo ingurgitato la sera prima, tanto che il nostro scherzo si prolungo oltre il dovuto, il povero Totò, altrettanto brillo, perse le staffe, si alzò di scatto e scaraventando a terra la cravatta cominciò a calpestarla urlando a gran voce – Vaffanculo, vaffanculo a voi e a questa stramaledetta cravatta. – Gli altri avventori assistettero allibiti alla scena, non ci restava che allontanarci in fretta prima che qualcuno chiamasse una di quelle terribili guardie giurate.
 
 
            Ci eravamo lasciati con la fuga dal centro commerciale, riprendiamo ora con l’aneddoto che sta all’origine di questo racconto. Il buon zio Pipo aveva allora una piccola fabbrica di seghe circolari per usi industriali che gli rendeva abbastanza bene, aveva solo un piccolo problema, non andava d’accordo col suo socio, un venezuelano di colore che lui chiamava il “mono” ossia la scimmia. Aveva avviato delle trattative per la scissione della società, e cercava un sostituto del “mono”, qualcuno che potesse badare alla fabbrica mentre lui si recava all’estero per concludere accordi commerciali. Io, dei tre, ero allora l’unico senza una vera occupazione, fu così che lo zio Pipo, ignaro del significato che noi attribuiamo a questa espressione, mi chiese se volevo restare in Venezuela a farmi le seghe, e diventare suo socio in affari. Del resto il povero Pipo era partito dall’Italia più di trent’anni prima, ed è comprensibile che avesse dimenticato il doppio significato di un simile modo di dire. Comunque sia, una volta chiarito l’equivoco ed esserci fatta una grassa risata, gli dissi che ci avrei pensato su. In realtà non ci pensai proprio, ero troppo giovane per affrontare una tale responsabilità, e poi, nonostante il Venezuela offrisse notevoli attrattive, ero troppo preoccupato del clima di incertezza politica che già regnava nel paese. Non so se feci la scelta giusta, ma devo dire che ci rimasi davvero male quando venni a sapere qualche anno dopo che, nella separazione della società, lo zio Pipo aveva avuto la peggio, e che il “mono” l’aveva quasi ridotto sul lastrico.  
            Ritornando al resoconto cronologico, dopo qualche giorno passato a Caracas con Diego, andammo tutti insieme a Charallave, affrontando il lungo viaggio sul cassone posteriore del Pick-up di suo padre, che nel frattempo era venuto a prenderci. Fu un viaggio memorabile attraverso i tornanti della Mariposa, e poi giù verso gli llanos dell’entroterra. Passammo per il paese e comprammo una damigiana di vino di banane perché Diego voleva festeggiare il ritorno a casa. Il vino di banane ha una caratteristica, è dolce ma allo stesso tempo molto alcolico, vi lascio immaginare con quale facilità ci ubriacavamo in quei giorni. La casa dei genitori di Diego era una modesta costruzione in aperta campagna, con le mura ancora grezze, e le imposte mancanti, aveva un vantaggio però, si trovava a pochi chilometri dalla fabbrica del Pampero, il famoso rum bevuto nei peggiori bar di Caracas, come recita la pubblicità, così potevamo comprarlo ad un prezzo molto conveniente, in modo da alternare al vino di banane, un cocktail a base di Coca Cola, Rum e zucchero di canna. La procedura era questa, si prendeva un grande recipiente, si versava tutto dentro e poi si beveva a turno direttamente dal recipiente. Nonostante la loro condizione economica non florida, la famiglia di Diego si dimostrò di una disponibilità unica, e ci fecero passare dei giorni davvero fantastici. Diego era solito prendere in giro il padre, accusandolo di essere l’unico italiano che non era riuscito ad arricchirsi in Venezuela, tuttavia credo che si volessero un gran bene. Non posso dimenticare di quella notte in cui fui svegliato da uno strano rumore, uscii nel giardino e vidi il padre di Diego che con una bombola di gas in una mano e un cannello incendiario nell’altra si aggirava attorno alla casa bruciando delle formiche giganti, - non preoccuparti - mi disse – purtroppo è l’unico modo per difendersi dall’invasione –. Non bastano le parole per descrivere le sensazioni di quei giorni, ogni tanto alzavo lo sguardo al cielo per scrutare le stelle e solo quando notavo la differenza fra il cielo dei tropici e quello delle nostre latitudini, mi rendevo conto davvero di quanto fossi lontano da casa. Ripensandoci a distanza di dieci anni, ho come l’impressione di non essere stato io a vivere quelle esperienze, è come se i ricordi risuonassero in testa in maniera ovattata, come in un sogno perduto.
            Diego allora conviveva con una ragazza detta la flaca, cioè la magra, con la quale divideva un’altra misera costruzione a poche decine di metri dalla casa dei genitori. Fu lui ad ospitarci, e anche se non aveva da offrirci che delle lenzuola e dei cuscini, fummo contenti lo stesso di dormire per terra. Del resto eravamo sempre così ubriachi che avremmo dormito anche sopra dei cocci di vetro. Passammo un paio di giorni a Charallave, poi cominciammo a sentire la mancanza degli agi e delle comodità della casa dello zio Pipo, così tornammo in città. Ma lo zio Pipo aveva deciso di passare il fine settimana nella località marittima di Chichiriviche, a soli, si fa per dire, quattrocento chilometri da Caracas, così stringemmo i denti ed affrontammo anche quest’altro viaggio attraverso l’infuocata autostrada della piana di Valencia, ma alla fine ne sarebbe valsa la pena.     
            A Chichiriviche avemmo modo di vedere le incantevoli bellezze del mar dei Carabi, dalle foreste galleggianti di mangrovie alle isolette di sabbia e palme, per finire con le cuevas, caratteristiche insenature nelle pareti rocciose a picco sul mare. 
            Ritornati a Caracas restavano pochi giorni alla fine del viaggio.
            Nel frattempo Diego aveva perso il lavoro, e decise di trasferirsi in città con la flaca approfittando sempre dell’appartamento della nonna. Così potemmo passare insieme anche quegli ultimi giorni. Fu allora che avemmo modo di provare un’esperienza davvero interessante. Comprammo del materiale per fabbricare delle cinture, e ci sistemammo a Sabana Grande, la più importante via del centro, dove i carachegni vanno a passeggiare. Ci trovammo un angolo tutto per noi e cominciammo a fabbricare le nostre cinture. Alla fine della giornata non ne avevamo venduta neanche una, poco male però, anziché passare un’altra giornata da turisti, eravamo stati parte integrante della vita cittadina, riuscendo a cogliere tanti aspetti che di solito sfuggono all’osservatore distratto, e poi, con le cinture fabbricate da noi stessi, facemmo un‘ottima figura al rientro in Italia, regalandole agli amici che erano rimasti a casa.   – La telefonica, la telefonica – urlava una vecchia mezza ceca che vendeva schede telefoniche prepagate proprio accanto a noi, chissà se adesso, nell’era dei telefonini , è ancora là a proporre la “telefonica” alla gente che passa.         
Due giorni prima della partenza, esattamente la sera precedente all’episodio della cravatta, decidemmo di andare tutti insieme al pub The Doors, situato al centro dello splendido quartiere della Mercedes. Come si capisce dallo stesso nome, il locale era interamente dedicato alla rockband degli anni sessanta, ritornata in auge durante gli anni novanta grazie allo splendido film del regista Oliver Stone. Il locale era interamente dipinto con murales raffiguranti Jim Morrison e soci, ma nell’insieme aveva un’aria piuttosto triste e deprimente, in compenso però vi si praticava una politica davvero interessante, pagando poche centinaia di bolivares, la moneta locale, si aveva diritto a sette lattine di birra, in più le ragazze entravano gratis avendo lo stesso diritto alle birre, insomma con meno di diecimila lire a testa, avevamo a disposizione per la serata fiumi di alcool. Alla fine, nonostante i frequenti inviti di Josè a mantenere un certo contegno, ci prendemmo tutti una sbronza colossale, anche per dimenticare la tristezza della imminente separazione. Durante i vari brindisi rompemmo anche qualche bicchiere, cosa che non sfuggì al padrone del locale, tant’è che all’uscita i buttafuori, anziché adempiere alla funzione stabilita dal termine stesso della loro mansione, ci ributtarono dentro minacciando di non farci uscire fin quando non avessimo rimborsato per intero i danni. La cosa bella è che tentammo persino di protestare, non tanto per i pochi bolivares che ci chiedevano, giusto così per fare un po’ di baldoria. Alla fine la spuntarono loro e così ce ne tornammo tutti a casa a dormire.
Un capitolo a parte meriterebbe in questo racconto la questione del cibo. Infatti sono dell’idea che quando si visita un paese straniero, sia di fondamentale importanza farsi una cultura sull’argomento. In paesi come il Venezuela poi, dove il costo della vita è molto basso, si potrebbero passare intere giornate a mangiucchiare qua e là, ma anche in questo caso i miei compagni di viaggio erano di parere diverso, apprezzavano anch’essi le specialità del luogo, ma erano dell’idea che il mangiare non fosse indispensabile. Ricordo che una volta mentre passeggiavamo per “plaza de Venezuela” chiesi a Josè se ci fermavamo a mangiare qualcosa – Piero – mi rispose – è possibile che pensi sempre a mangiare, lo sai che non è una cosa fondamentale. – Io che quel giorno avevo mangiato appena un paio di arepas e qualche perro caliente, cominciai a protestare battendo i piedi per terra come un bambino, strepitando che non si poteva vivere senza mangiare! Bene, per questa storia mi presero in giro per anni.
Come dimenticare le arepas, piccole frittelle di farina di mais condite con pollo, manzo e verdure, o la cachapa una specie di pizza di mais crudo tritato cotta alla brace, condita con formaggio e carne di maiale, e vogliamo mettere la frutta? C’era ogni specie di dono della natura, e il bello è che potevi anche raccoglierla direttamente dall’albero, come quella volta che a Charallave facemmo colazione con le “manzanite”, piccole banane dolcissime, o ancora di quando nelle isolette dei caraibi raccogliemmo le noci di cocco fresche. Ma ora basta, se no mi vengono in mente pure i mamon che in Italia non si trovano manco a pagarli a peso d’oro!
Alla fine giunse il momento di partire. All’aeroporto vennero tutti a salutarci, finanche i genitori di Diego e c’erano ancora i Tzamuros a volteggiare alti nel cielo, ma stavolta li guardai con occhio diverso, con la gioia di chi aveva vissuto una splendida avventura.
Avevamo passato quasi tre settimane in Venezuela, ma ci sarebbero voluti almeno tre mesi per potere apprezzare tutte le bellezze del luogo, non eravamo riusciti a veder il salto Angel, la più alta cascata del mondo, ne’ il grande fiume Orinoco che attraversa per intero l’Amazzonia del nord, o gli altopiani di Merida da dove comincia la cordigliera delle Ande, ma tutto sommato eravamo riusciti lo stesso ad immergerci nell’atmosfera di mondo tanto diverso dal nostro.
Chi lo sa, magari in qualche altra ripetizione della mia vita, resterò a Caracas a farmi le seghe!

Postato da: Kappadue72 a 12:04 | link | commenti (7)
viaggi, politica, cose della vita, brani da alpinista magnetico

lunedì, 26 maggio 2008
Stanchezza

Trasloco finito, stanchezza infinita.

Problemi ancora da risolvere tanti.

Postato da: Kappadue72 a 21:48 | link | commenti (4)

sabato, 17 maggio 2008
Traslochi

Carciofo selvatico

 

Pausa trasloco!

 

Postato da: Kappadue72 a 19:21 | link | commenti (5)
cose della vita

giovedì, 08 maggio 2008
Conversazioni

Ieri notte, dopo una serata passata in compagnia di amici e colleghi di lavoro, ci siamo ritrovati con mia moglie ad esprimere la stessa sensazione: non proviamo più nessun piacere a conversare con gli altri. Non perchè le persone con cui eravamo ieri fossero particolarmente noiose, anzi, si tratta di una condizione che si estende a quasi tuti i nostri amici o conoscenti.

Finchè si scherza o si cazzeggia, non ci sono grossi problemi, ma quando si tenta di intavolare una qualsiasi discussione si finisce sempre per dire le stesse cose, su qualsiasi argomento, a prescindere dal livello culturale o dal grado di istruzione degli interlocutori di turno. Ma la cosa più incredibile è che nessuno sembra accorgersene, ciascuno si limita a sciorinare il suo campionario di luoghi comuni è frasi fatte senza sforzarsi di ascoltare o confrontarsi realmente con gli altri, possono cambiare i toni, più accesi o meno accessi a seconda dei carattteri o degli argomenti, possono cambiare i modi, ma porca miseria si dicono sempre le stesse cose.

E' mai possibile che nessuno avverta l'inutilità di tutto ciò, o forse abbiamo semplicemente paura di sentirci esclusi o asociali? E' mai possibile che ci si debba accontetare di ripetere sempre le stesse cose e per giunta ad un livello infimo?

Sta di fatto che negli ultimi tempi usciamo sempre più di rado, e nelle occasioni in cui ci troviamo in compagnia preferiamo rimanere zitti.

Forse dovremmo sforzarci noi di intraprendere argomenti nuovi, tentare di spingere le conversazioni su un piano di confronto e crescita, ma senza un stimolazione reciproca diventa veramente difficile anche solo provarci.

Magari dovremo allargare le nostre conoscenze, ma la sensazione che ho è che sia davvero difficile trovare persone con un grado di essere sufficentemente elevato, con le quali si possa davvero intavolarte discussioni interessanti, che possano davvero aiutarti a confrontarti e crescere, o almeno che ci si possa riaddormentare e non notare più la triste ed assurda banalità dei nostri contemporanei. 

Postato da: Kappadue72 a 18:51 | link | commenti (9)