
Nome: kappadue
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Il freddo di sabato pomeriggio è stato gravido di conseguenze, mal di gola da competizione, raffreddore, ossa indolenzite e nottate insonni.
In altri tempi mi sarei preso un paio di giorni di riposo, ma con il lillipuziano Brunetta in pieno delirio, mi tocca lavorare comunque, ma del resto è la giusta punizione per la mia idiozia!
Ieri giusto perchè avevo il pomeriggio libero ho pensato bene di sprecarlo.
Avrei potuto fare un sacco di altre cose, ma alla fine ho deciso di andare a caccia. Non è che ne avessi particolarmente voglia, ma il fatto che ho pagato quasi 300 euro per la licenza, mi ha convinto che dovevo!
Fino ad ora il mio calendario venatorio segna 3 giornate, 2 colombacci, 5 allodole e tre chili di freddo! I tre chili di freddo li ho presi ieri, o forse erano trenta chili, ma si può quantificare il freddo?
Mancano meno di due mesi alla chiusura della stagione, se continua con questa media al massimo arriverò a cinque giornate: 300 euro diviso 5 fanno 60 euro ad uscita! Mi complimento con me stesso, bell'affare da idioti!
Ieri poi ho raggiunto il culmine, tre ore appostato al vento e al freddo ad aspettare che passasse qualche tordo (vedi foto), e non ero nemmeno vestito adeguatamente, tant'è che ho passato la serata con i dolori alle gambe e alla schiena.
Di tordi ne ho visti un paio a distanze siderali, per fortuna, così non ho sparato neppure un colpo, almeno sono tornato a casa senza sensi di colpa.
Mi sa proprio che quest'anno è l'ultima volta che rinnovo la licenza, per mancanza di tempo, per il costo eccessivo, per i sensi di colpa ed alla fine perchè ci sono tante altre cose interessanti da fare nella vita, senza che nemmeno debba morire qualche innocente creatura.

Di questi tempi mi viene da scrivere sempre post polemici, e gli argomenti non mancano, non passa giorno senza che accada qualcosa di cui indignarsi, ma oggi voglio fare lo sciopero dell'indignazione che poi va a finire che ci si indentifica pure con questa.
Oggi sabato di vento, me ne sto a casuccia a leggere, a giocare al pro evolution soccer e a coccolare la mogliere che ne ha bisogno.
Stasera pizza e derby d'italia.
Dovrei vedere delle persone per alcune cose da sistemare, dovrei chiamare dei vecchi amici che non sanno neppure che già da sei mesi sono ritornato al paesello, debbo vedere mio cognato per un altro affare, insomma non si può mai stare tranquilli ad oziare senza avere sensi di colpa! Scherzo, fossero solo questi i problemi della vita.
Ah, dimenticavo ho da ascoltare un po' di musica nuova, l'ultimo di Vinicio Capossela e Fleurs 2 di Battiato.
Di Vinicio ho pure comprato il biglietto del concerto del 17 marzo, una bella carta da 50... mej cojoni, come dicono a caltanissetta! So già che ne varrà la pena però.
L'ultimo di Battiato invece è il terzo di una trilogia di cover, ma contiene comunque un bell'inedito, e poi ha reinterpretato due canzoni di Juri Camisasca, artista che mi onoro di conoscere di persona, grazie al mio amico d'essenza Goodkid.

Mi capita di avere uno strano rapporto con il tempo della mia vita.
Ho la pessima abitudine di considerare come vita vera solo quei momenti che dedico a me stesso, il famoso tempo libero, e passo tutto il resto come una routine in attesa di questi momenti, salvo poi perdere anche questi cercando di capire come impiegarli al meglio. Poi, anche quando decido cosa fare, svolgo l’attività scelta perdendomi con la mente a pensare ad altre cose che potrei o dovrei fare.
In pratica non vivo mai, non vivo mai veramente appieno nessun istante della mia vita.
Questa per me non è una novità, nè è una scoperta recente, ma la constatazione di un male che mi affligge da sempre, e non mi consola per nulla il sapere di essere in numerosissima compagnia, per questo problema non vale affatto il mal comune mezzo gaudio.
La questione potrebbe essere affrontata dividendola in tre parti, l’aspetto mentale, l’aspetto emozionale e quello fisico, ma con la consapevolezza che si tratta di una divisione fittizia, perché niente in noi è indipendente dal tutto.
L’aspetto mentale è forse quello sul quale più facilmente crediamo di poter lavorare, in quanto agendo con la mente sulla mente si ritiene di combattere ad armi pari, mentre il lato emozionale della faccenda è più difficile da prendere in considerazione, in quanto le nostre emozioni viaggiano ad una velocità diversa rispetto alla mente, chiunque di noi sa, avendolo provato su se stesso, che è quasi impossibile fermare un’onda emotiva con dei semplici ragionamenti. In quanto al corpo sembrerebbe la parte di noi sulla quale abbiamo maggior controllo, ma questa è una illusione dettata dal fatto che teniamo in considerazione solo i movimenti volontari, mentre spesso siamo soggetti a tutta una serie di tic, atteggiamenti involontari ed agitazioni di cui nemmeno ci accorgiamo.
A saperli osservare, i condizionamenti mentali, ai quali siamo sottoposti ad ogni momento della nostra vita, ci dicono in quale enorme misura siamo schiavi di tutte le influenze che ci circondano, l’educazione ricevuta, la società in cui viviamo, le mode, le opinioni date per vere dai media, i bisogni e i desideri di chi ci sta accanto, e così via. Così finiamo per gestire la nostra vita secondo dei canoni fissati per noi da altri, con la sottile e subdola convinzione che siano gli stessi che noi desideriamo realmente.
La stessa suddivisione fra routine e tempo libero è assolutamente fittizia, seppure venga proposta come un assioma certificato, nessuna azione della nostra vita, per quanto ripetitiva possa essere, è priva di possibilità evolutive, se riuscissimo ad osservare noi stessi in ogni cosa che facciamo; dividendo l’attenzione fra l’io che osserva ed l’azione compiuta, ci accorgiamo di quanto prezioso possa risultare ogni gesto, e di come il flusso continuo di pensieri e immaginazione possa essere fermato da una pratica simile. Allo stesso modo l’idea che il tempo libero debba essere impiegato in maniera da riempirlo al meglio, crea una tensione fra il potenziale ed il reale. Se io so che il sabato pomeriggio sono libero, e programmo di andare a pescare o, che so, di fare shopping o qualunque altra cosa, può accadere che giunto il sabato pomeriggio qualcosa in me ha bisogno di tutt’altro rispetto a quanto programmato, foss’anche solo di stare fermo senza fare niente, così accade che
vi sia un contrasto fra ciò che potenzialmente potrei fare e ciò di cui invece ho bisogno sul momento.
Una condizione nella quale la totalità del nostro tempo non venga suddivisa secondo schemi prestabiliti, potrebbe essere d’aiuto nel vincere mentalmente quest’attitudine, tuttavia la società in cui viviamo non può fare a meno di questi schemi, una sovrastruttura di regolamenti temporali e necessaria per evitare il caos, ma è anche vero che si tende a schematizzare ed inquadrare il tempo della vita più di quanto non sia effettivamente necessario, a questo contribuisce tutto il nostro modo di vivere perfino la pubblicità. Lo schema famiglia, lavoro, tempo libero si ripete sempre secondo gli stessi canoni.
Non potendo contare quindi su un aiuto esterno, dobbiamo far presa sulla nostra sola forza di volontà, che per sua natura e molto debole, e soggetta al vincolo dell’emotività. Senza una vera spinta emotiva non si può uscire da una condizione automatica, ma si ritorna sempre al punto di partenza, perché la nostra civiltà ci ha cresciuti ed educati nella convinzione che solo alcuni aspetti del nostro lato emotivo vanno sviluppati, e spesso sono proprio questi aspetti che nutrono e mantengono in vita la meccanicità della nostra esistenza. Primo fra tutti è il sentimento della paura, ma non la paura necessaria del pericolo, bensì la paura distruttiva e limitante del nuovo, dell’ignoto, psicologicamente parlando. L’uomo tende ad attaccarsi emotivamente solo a ciò che conosce, fosse anche la sofferenza, e rifugge da qualsiasi esperienza che possa portarlo in un sentiero non battuto, “hai paura di cambiare il tuo avvenire / per paura di scoprire libertà che non vuoi avere”, così cantava Battiato in una canzone degli anni settanta!
L’aspetto fisico della questione potrebbe essere il più interessante infatti, considerato che la mente ha la tendenza a vagare ed è suscettibile ai condizionamenti, tenuto conto del fatto che l’emozione non è stata adeguatamente educata ed è difficilmente addomesticabile, il corpo è dei tre l’unico elemento concreto che non può sfuggire a se stesso. Così attraverso una attenta osservazione del nostro corpo, possiamo renderci conto del nostro stato interiore.
Scoprire quante tensioni ci sono nel nostro corpo può aiutarci a capire il livello di presenza e di consapevolezza dell’istante in cui ci osserviamo. Il passo successivo, tentare il rilassamento della parte tesa, può condurci ad un rapporto più diretto con l’attimo presente, facendoci capire l’assurdità del nostro tendere al futuro e l’inutilità del nostro ristagnare nel passato.
In parole povere, lo sfuggire dall’azione presente, routine o divertimento che sia, pensando a quello che si dovrà fare successivamente, oppure il rimuginare sulle azioni passate che ci hanno condotto a questo stato di cose, non solo non migliorano il nostro livello di coscienza, ma sono i principali responsabili della sensazione di non vivere appieno la propria vita.
Come dicevo prima, affrontare il problema da tre punti di vista, serve solo ad avere un approccio strategico alla questione, perché ogni minima conquista di una sola parte, se non compresa e pienamente digerita dal tutto, ha vita breve, basta che la bilancia dell’io sposti il suo peso su di un altro piatto e tutte le osservazioni e le conquiste scivolano fuori dalla nostra consapevolezza immediata, finendo nel limbo della vaga memoria inconscia.
Concludo specificando che, sebbene si possa pensare che io tenda a generalizzare, le cose che scrivo sono basate sulla mia esperienza personale, filtrata dalle molte letture e dal confronto con le persone a me vicine, e quindi non penso minimamente che nelle mie parole siano enunciate verità valide per l’universo mondo. Man mano che scrivo, mi rendo anche conto della difficoltà di esprimere con esattezza il mio pensiero, forse per la smania di concentrare il più possibile questo mio scritto o per paura di risultare oscuro. Quando scrivo, infatti, mi sforzo di mettermi nei panni di chi potrebbe leggere, accade dunque che il desiderio di non appesantire la lettura mi porta a fare un tentativo di sintesi che, vuoi per mia incapacità, vuoi per la complessità dell’argomento, rischia di risultare ancora più pesante.

Se provassimo a chiedere in giro un opinione su Giovanni Paolo II al secolo Karol Wojtyla polacco di Polonia, sono certo che 99 persone su cento risponderebbero entusiasti che è stato un grande papa e un grande uomo. Ma se provassimo a chiedere agli stessi per quali ragioni specifiche si sono fatti questa opinione, penso che la percentuale di persone, in grado di giustificare con argomenti sostanziali perché la pensino così, scenderebbe drasticamente.
Io invece ho quanti argomenti mi bastano per far parte del restante 1 per cento.
Wojtyla passa per essere stato un gran comunicatore, ma se comunichi sempre le stesse idee vecchie di millenni, resti sempre un comunicatore, anche se grande, di cose vecchie ed in parte, a mio avviso, sbagliate.
Il papato di Wojtyla ha coinciso purtroppo con il proliferare nel mondo di una malattia come l’AIDS che può essere combattuta con l’uso del preservativo, alla quale la chiesa da sempre si oppone così come si oppone a tutti i mezzi contraccettivi. Un Grande uomo di fronte ad una tragedia simile avrebbe dovuto trovare il coraggio di fare una grande svolta, sfruttando la diffusione capillare della chiesa per informare soprattutto le popolazioni dei paesi poveri che maggiormente sono colpiti da questa malattia. Su questo argomento sarebbe opportuno approfondire, ma mi dilungherei troppo, magari in un post ad hoc.
Il papato di Wojtyla ha coinciso, stavolta per fortuna, con il crollo di alcuni regimi comunisti che nulla avevano più ormai in comune con le antiche idee di uguaglianza socialista, anzi probabilmente il papa stesso ha contribuito affinché ciò accadesse, tuttavia un Grande uomo avrebbe dovuto usare lo stesso metro di giudizio con altri regimi totalitari di natura opposta, invece ha avuto il “coraggio” di affacciarsi allo stesso balcone con Augusto Pinochet, uno dei più violenti è sanguinari dittatori fascisti degli ultimi 50 anni, e per di più si può anche affermare che parte della chiesa cilena abbia sotto sotto applaudito al golpe dell’infame generale.
Un Grande uomo, fra un ateo pacifista (Allende) ed un “credente” sanguinario (Pinochet), avrebbe dovuto pendere per il primo, ma Wojtyla era talmente ossessionato dal comunismo da ritenere addirittura che la Madonna in persona gli avesse ordinato di combatterlo con tutte le sue forze, come se il capitalismo consumistico ed imperialista fosse in qualche modo più consono alle idee del cristo!
Ma per uno che pensa che le parole del terzo mistero di fatima si riferiscono all’attentato subito per mano di Alì Agca, sarà facile sentire madonne che danno ordini ad ogni pie’ sospinto. Basta leggerle le parole di questo fantomatico terzo mistero per rendersi conto che attribuirle a quell’episodio sarebbe come cercare di fare entrare uno struzzo nella gabbia di un canarino!
Wojtyla passa anche per essere un Grande uomo di pace, ma a parte sprecarsi in fiumi di parole, cosa ha mai fatto di concreto in favore della pace?
Se il presidente degli Stati Uniti G.W. Bush pensa di poter bombardare il mondo intero in nome di Dio e degli interessi economici dei suoi amici, un Grande uomo lo minaccia di scomunica così da togliergli l’appoggio politico di tanti cattolici, e lo stesso dovrebbe fare con tutti i politici che si comportano in tal modo, ma gli interessi dello stato vaticano prevalgono sulla pace e su migliaia di morti innocenti.
Allo stesso modo gli interessi della chiesa prevalgono sul buco del culo di qualche centinaio di bambini stuprati dai preti, e perciò sempre meglio tenere tutto nascosto piuttosto che far scoppiare uno scandalo nel tentativo di debellare questo malcostume, per non dire questo crimine aberrante. Certo un Grande uomo di fronte alla sofferenza dei bambini non avrebbe esitato a far tutto quanto in suo potere per impedire che ciò continuasse ad accadere, un Grande uomo lo avrebbe fatto.
Predicare bene e razzolare male: ricordo ancora con quale veemenza Wojtyla si scagliò ad Agrigento contro i mafiosi e la criminalità organizzata, eppure quando ad essere coinvolto è stato qualche esponente della chiesa ci si è subito prodigati a proteggerlo a dovere. Magari avessero provveduto a difendere il povero don Pino Puglisi che la mafia la combatteva sul serio, magari facendolo scortare da due giovani e robusti seminaristi.
Un altro merito che si attribuisce a Wojtyla è quello di aver assecondato il dialogo interreligioso, ma non basta fare periodicamente delle grandi riunioni di cardinali, rabbini, popi ortodossi, mullah, monaci confuciani e lama tibetani per parlare veramente di dialogo interreligioso, se poi non si è disposti minimamente a metter in discussione nessuno dei propri assurdi dogmi o delle ormai intolleranti e sorpassate regole morali ed etiche. Io al contrario avevo l’impressioni che queste riunioni venissero fatte per ribadire la superiorità del cattolicesimo.
Potei dilungarmi ancora su altri temi, prettamente teologici, o parlare di come la chiesa dei giovani e dei papa boys si sia sempre più allontanata dalla realtà, ma il mio scopo era solo quello di parlare delle ragioni per cui non considero Karol Wojtyla un uomo tanto grande da far urlare al “santo subito”, ad ogni modo ognuno resti della sua opinione.
Oggi fra internet e tecnologia digitale quasi tutti possiamo fare foto e pubblicarle sul web, ma come comportarsi in certi casi?

Ho scattato questa foto in provincia di Catania (sono volutamente impreciso). Dalla foto non si vede bene ma lo strano tipo ha gli occhi velati di bianco (forse a causa delle catarratte) e incute una certa soggezione, così per evitare che non fosse d'accordo, e non osando chiederglielo, l'ho fotografato a debita distanza grazie al potente zoom della mia macchina fotografica.
Da notare i "simpatici" tabutini che il soggetto indossa sia al collo che a mo' di portachiavi, verrebbe da chiedersi per quale scopo, ma vi assicuro che non mi è proprio venuto di avvicinarmi per intervistarlo!
Veniamo a noi: sarà giusto che io pubblichi la foto di una persona che nemmeno conosco senza il suo permesso?
Il mio blog non è molto seguito d'accordo, ma potenzialmente tutto il mondo potrebbe vedere questa foto essendo internet accessibile a tutti e in tutto il mondo. A voi piacerebbe se qualcuno vi fotografasse di nascosto e vi mettesse su internet a disposizione di chiunque?
Per me non sarebbe un problema, ma in questo caso non ci si può comportare secondo la massima evangelica "fate agli altri quello che volete che sia fatto a voi stessi", anzi un esempio del genere ci mostra come questo insegnamento sia incompleto! La formula giusta dovrebbe essere: Fate agli altri quello che volete sia fatto a voi, ammesso che anche gli altri lo vogliano. Sembra scontato ma non lo è, anzi bisogna cercare di non dimenticarlo mai.
Su suggerimento di Sciac ho adottato un filtro per rendere irriconoscibile il viso del soggetto, per una questione di privacy, ma data la particolarità del soggetto stesso avrei dovuto togliere tutta la foto per renderlo davvero irriconoscibile!


Oggi il blog compie due anni, mi faccio gli auguri.

No, non si tratta della canzone di Battiato, un'altra vita è una vita che sta per nascere.
Ebbene si, se tutto va bene fra qualche mese sarò padre.
E' già da qualche settimana che sono combattuto se parlarne o meno, il fatto è che dopo una passata esperienza negativa, una interruzzione di gravidanza al terzo mese, questa volta con mia moglie volevamo essere sicuri che fosse tutto a posto prima di dirlo in giro. Ora siamo al quinto mese, è dopo diversi esami e tribolazioni pare che vada tutto per il meglio.
Certo fino a quando non nascerà di rischi ce ne sono comunque tanti, e fino a che non sentiremo il primo vagito non staremo del tutto tranquilli, per ora ci godiamo i primi calcetti sulla pancia e le dispute sul nome.
L'unica cosa certa finora è che sarà masculo, cosa che ci ha lasciati sorpresi, perchè eravamo convinti che dovesse essere femmina e chiamarsi Agata, ora invece dobbiamo stabilire un nome, cosa non facile.
Finora ci stiamo orientando fra un gruppo ristretto di nomi, il criterio comunque è che sia un nome italiano, mi sembra che in giro ci siano già abbastanza Kevin, Michael e Brad, poi deve essere ben adatto al cognome, niente roba tipo Campo Santo, Bella Troìa o Guido La Vespa, infine deve essere unico, niente doppi nomi che poi ti sbagliano i documenti e sono cazzi.
Finora i papabili sono Andrea, Antonio e Simone, ma si accettano suggerimenti.
Poi ci sono dei nomi che mi piacciono ma contravvengono alle regole di prima, ad esempio Giordano, che dalle nostre parti è un cognome, e se consideriamo che il mio di cognome suona come un nome sarebbe un gran casino.
Comunque sia alla fine non è così importante, quel che conta e che vada tutto bene sperando che sia sano.
P.S. Quello della foto è il piccolo Kappadue a sette mesi.